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Lasinio Carlo

 Figlio di Gian Paolo, giureconsulto, nacque a Treviso il 15 febbr. 1759. Secondo quanto riferisce Federici, suo primo biografo, dopo aver studiato pittura all'Accademia di Venezia, si dedicò all'incisione, lavorando per breve tempo in patria. Nella Biblioteca comunale di Treviso si conserva un disegno a penna e acquerello del 1777, in cui il L. ritrae il fratello minore Basilio, opera già matura. Le sue prime incisioni sembrano essere influenzate dai lavori di G.M. Pitteri e da F. Bartolozzi, attento alla sperimentazione di nuove tecniche incisorie e massimo interprete del "punteggiato". Verso l'ottavo decennio del secolo il L. era già a Firenze, dove iniziò la sua fortunata carriera di incisore di riproduzione. A questo periodo risalgono i disegni e le successive incisioni dei Busti degli imperatori romani… (1782), le copie da Il caciator [sic] fiammingo di G. Metzu e dalla Venere di Tiziano, che erano nella "Reale Galleria" di Firenze. In questi anni sposò Maria Boranga, dalla quale ebbe numerosi figli, tra cui Giovanni Paolo che ne seguì le orme come incisore. Nel 1787 realizzò la raccolta I più noti ritratti di arcivescovi e vescovi toscani in concilio, e nel 1789 incisioni tratte da temi antichi dal titolo Ornati presi da graffiti e pitture antiche esistenti in Firenze.

Il L. praticò tutte le tecniche tradizionali dell'incisione - bulino, acquaforte, maniera nera, incisione a contorno - e sperimentò con successo il rivoluzionario sistema di E. Dagoty-Le Blon, che prevedeva l'utilizzazione di lastre multiple inchiostrate con i colori rosso, giallo e azzurro che davano l'impressione dell'acquerello. Egli sperimentò a lungo tale tecnica - che già aveva interessato anche Bartolozzi - perfezionandola e combinandola con altre e ritoccando a mano col pennello alcune parti meno riuscite. Con questa tecnica, cromaticamente efficace, riprodusse gli affreschi di Pietro da Cortona della sala della Stufa di palazzo Pitti a Firenze e la numerosa serie di acqueforti - più di 350 incisioni - degli autoritratti conservati agli Uffizi, Ritratti de' pittori esistenti nella Reale Galleria di Firenze…, pubblicata a partire dal 1789.

Sin dal 1791 il L. sovrintese ai lavori per l'Etruria pittrice di Marco Lastri, primo repertorio illustrato fondamentale per la riabilitazione dei "primitivi", realizzando incisioni all'acquaforte o a bulino sia per il primo tomo sia per il secondo, pubblicato nel 1795. Risale agli anni 1793-94 la famosa serie di tavole relativa agli Addii di Luigi XVI alla famiglia, realizzata a puntinato, pubblicata a Parigi presso Darbì e molto diffusa anche in Italia. Al nucleo originario, probabilmente composto di sette pezzi, si aggiunsero in anni successivi due tavole relative alla figlia di Luigi XVI, Maria Teresa Carlotta, firmate con l'anagramma "Silanio", e un'altra raffigurante la separazione del re dalla sua famiglia, incisa dal L. ma terminata da G.B. Cecchi, e pubblicata nel primo decennio dell'Ottocento dagli editori fiorentini Niccolò Pagni e Giuseppe Bardi. Per gli stessi editori il L. realizzò immagini documentarie relative all'assedio di Mantova da parte dell'armata francese, come quella raffigurante la Veduta della città e piazza di Mantova dalla parte di ponte S. Giorgio… del 1796 e quella con il Prospetto della città di Mantova… dell'anno successivo incisa su disegno del fratello Basilio. Alla presa di Firenze il L. dedicò l'Ingresso delle truppe francesi in Firenze per la porta a S. Gallo… e La sera del di 4 luglio 1799 in cui il popolo fiorentino bruciò li emblemi repubblicani…, entrambe del 1799. Ancora per Bardi e Pagni nel 1796 uscì sotto la direzione del L. la raccolta di Costumi dei contadini di Toscana, nella quale l'artista, autore delle prime undici tavole, utilizzò il sistema detto à poupée, una sorta di tampone per ciascun colore. Solo alla fine degli anni Novanta egli riuscì, dopo quasi un ventennio di tentativi infruttuosi, ad avvicinarsi ad ambienti di più alto livello e a ritrarre a stampa - con velocità sorprendente - i membri delle varie case regnanti che si succedettero sul trono toscano. Nel 1800 un ritratto di Ferdinando III gli valse la nomina a maestro d'intaglio della Reale Accademia di Firenze.

Il 6 genn. 1806, visitando il Camposanto di Pisa con Giovanni Rosini, titolare della stamperia "Società letteraria", il L. rimase impressionato dallo stato di abbandono e degrado in cui versava il monumento. Nell'occasione Rosini, che conosceva la sua abilità di incisore, gli propose di ritrarre gli affreschi che ornavano le pareti del Camposanto per farne una pubblicazione.

L'incisione ebbe inizio il 15 genn. 1806. Il lavoro, affidato alla calcografia e stamperia fiorentina Molini e Landi, fu portato a termine in sette anni. Nel dicembre del 1812 uscì la prima edizione e nel 1828 la seconda. L'opera dal titolo Pitture a fresco del Campo Santo di Pisa…, si compone di quaranta tavole, che traducono in termini ormai preraffaelliti la sua riscoperta dei "primitivi" (Forlani, p. 8). Il L. adottò il procedimento della "morsura piana" e la conseguente tiratura in "unico stato", ottenendo un segno nitido anche attraverso l'uso di una vernice dura ed elastica (Rosi, p. 171). Nel Museo dell'Opera del duomo di Pisa si conservano alcuni disegni preparatori e incisioni acquerellate.

Il 10 giugno 1807 la reggente, Maria Luigia di Borbone Spagna lo nominò conservatore del Camposanto di Pisa, con il compenso annuo di 1260 lire (Lasinio, p. 10), ed emerito dell'Accademia di belle arti di Firenze. La nomina a conservatore del Camposanto, carica che mantenne sino alla morte, segnò l'inizio di un profondo mutamento nell'assetto delle collezioni dell'Opera primaziale della città. Il L. fu un precursore della tutela delle opere d'arte: sin dal 1808, probabilmente, egli si dedicò alla raccolta di pitture sacre del territorio pisano. Le note inventariali dei quadri raccolti nella cappella Dal Pozzo in Camposanto, da lui redatte, documenterebbero che egli aveva provveduto al trasporto di queste opere prima dell'emanazione formale dei decreti napoleonici sugli enti ecclesiastici soppressi (Burresi - Caleca, p. 43).

Il L. lavorò al riordino del Camposanto, nel quale vennero raccolte tutte le opere d'arte e il materiale delle chiese e dei monasteri soppressi, con particolare attenzione ai sarcofagi, alternando tali mansioni allo svolgimento del lavoro riferito alle incisioni. Il suo obiettivo era la conversione in museo del monumento e la raccolta degli oggetti d'arte sparsi in città, come era già stato prospettato dagli eruditi pisani nella seconda metà del Settecento. Le aspettative del L. erano altissime: egli considerava la carica di conservatore così prestigiosa da pensare che gli consentisse di allargare le proprie competenze anche agli edifici della piazza, fin quasi a divenire una sorta di sovrintendente ante litteram (Casini - Donati, p. 151). Fu un periodo di intensa attività - spesso difficile - ostacolata e criticata dagli ambienti ecclesiastici e culturali della città, anche in relazione alla spoliazione di opere d'arte ordinata da Napoleone. Infatti nel 1812 dovette organizzare il prelievo e il trasporto di alcune opere raccolte nel Camposanto, tra cui alcune di importanza eccezionale come le tavole di Cimabue e di Giotto, il polittico di Taddeo di Bartolo, che furono inviate a Parigi su richiesta di D. Vivant Denon per far parte del Musée Napoléon allora in corso di allestimento. La partenza di tali opere scatenò vivaci reazioni e polemiche tra gli eruditi e i collezionisti pisani nei confronti del L., accusato di non essersi opposto a sufficienza alle richieste francesi. Probabilmente in questa occasione, sotto la spinta del L., nacque l'idea di istituire una scuola pubblica di disegno, o accademia, presso il seminario dei chierici, di proprietà in parte di Giovanni Rosini, e di trasportarvi alcune delle opere allora custodite nella casa dell'Opera del duomo e nella cappella Dal Pozzo. A compensazione delle opere trasportate a Parigi, fu inviata nel 1813 all'Accademia di belle arti di Pisa una importante serie di quattro calchi in gesso di statue antiche. Il museo creato dal L. nel Camposanto assolveva a compiti di tutela, di testimonianza della passata grandezza pisana e di stimolo educativo per gli allievi dell'Accademia e di confronto per gli artisti italiani e stranieri che frequentavano il Camposanto. Il L. fu nominato direttore dell'Accademia e maestro dell'insegnamento di disegno, affiancato ben presto dal figlio Giovanni Paolo.

Uno degli impegni più gravosi del L. come conservatore fu la gestione del restauro pittorico degli affreschi del Camposanto, ulteriormente danneggiati in seguito ai restauri nella cattedrale tra il 1827 e il 1830, che provocarono un'insanabile frattura tra il L. e Bruno Scorzi, operaio della Primaziale (Vasić Vatovec). Il contenzioso tra i due divenne sempre più acceso, e nel 1836 Scorzi denunciò il L. al Magistrato comunicativo di Pisa per i presunti danni provocati dal restauro dell'artista su alcune sezioni degli affreschi. In questa occasione il L. ebbe l'appoggio dell'Accademia di belle arti della città, che giudicò il suo intervento innocuo e convinse il Comune ad autorizzare la continuazione dei lavori di restauro.

Nel 1813 risulta nei registri della parrocchia di S. Maria Maggiore insieme con la moglie Maria e i figli Carlotta, Angiolo e Ferdinando (Renzoni, 1997).

Il L. si deve considerare anche un precursore della moderna museologia. Egli adottò la compilazione di schedari analitici e inventari ragionati delle opere d'arte raccolte ed esposte in Camposanto. Lavorò anche a Roma: dalle opere di Raffaello incise a bulino gli ornati delle logge vaticane, ripetendo in formato ridotto la famosa serie di G. Ottaviani e G. Volpato, e i sette pianeti nella sala Borgia in Vaticano: entrambe le serie furono vendute a Roma presso Nicola d'Antoni in via del Corso. Al 1830 risalgono le Pitture a fresco di Andrea del Sarto nella Compagnia dello Scalzo a Firenze. Recenti contributi (Lloyd, 1978; Levi) hanno messo in luce la sua attività - facilitata anche dal ruolo istituzionale che ricopriva - come antiquario e mercante di opere d'arte e rintracciato alcune di queste: prevalentemente frammenti di dipinti su tavola, in collezioni pubbliche e private o sul mercato. Dalla corrispondenza con l'armatore inglese Dawson Turner (Levi) si ricava che almeno in questo caso egli offriva in vendita opere in suo possesso, fornendone elenchi e talvolta anche piccoli disegni.

Il L. morì a Pisa il 27 marzo 1838, come si legge nell'iscrizione presente sulla sua tomba posta nel Camposanto di Pisa.

Il fratello minore del L., Basilio, nato a Treviso il 15 marzo 1766, più noto come ufficiale, fu pittore, topografo e illustratore di battaglie. Probabilmente non seguì studi artistici regolari, ma fu verosimilmente allievo del fratello in casa. Contemporaneamente all'attività artistica intraprese la carriera militare prima nella Repubblica veneta, poi nell'esercito italico e quindi a Milano. Nel 1790, quando era cadetto nell'esercito veneto, realizzò alcune tempere nel salone d'onore di Ca' Spineda a Treviso (datate e firmate in un pennacchio del soffitto), raffiguranti grandi paesaggi con episodi mitologici e vedute. Nello stesso anno andò a Corfù, dove rimase fino al 1792 (Coletti, p. 61). Nel 1799 eseguì il disegno per la tavola raffigurante l'assedio di Mantova da parte dell'armata francese incisa dal Lasinio. Nel Museo civico di Treviso si conservano quattro tempere datate, raffiguranti la Posa della prima pietra del foro Bonaparte (1801), la Battaglia del Mincio (1801), Il passaggio del San Bernardo (1809), e la Veduta del torrente Piave, firmata e datata 1825. Nella Biblioteca comunale è custodito un album di acquerelli con vedute paesaggistiche: tra questi, un panorama della città di Treviso ripreso dalla vecchia torre di S. Lazzaro, una veduta del Piave con zattere, un'altra dell'abbazia di Nervosa (Lucchesi, p. 383 n. 1). Morì a Neversa della Battaglia il 26 giugno 1832.

Giovanni Paolo, figlio del L. e di Maria Boranga, nacque a Firenze il 13 dic. 1789. Studiò presso l'Accademia di belle arti di Firenze e sotto la guida del padre acquisì una notevole abilità tecnica, distinguendosi nell'incisione a contorno e in quella a mezza macchia. Nel 1814 incise il volume intitolato Raccolta di sarcofagi, urne e altri monumenti di scultura del Camposanto di Pisa…, composto da 158 tavole. Nel 1820 incise la Raccolta di pitture antiche… disegnate da Giuseppe Rossi, suo cognato. Anch'egli riprodusse in incisione gli affreschi del Camposanto di Pisa su disegno del cognato. L'opera intitolata Pitture a fresco del Camposanto di Pisa…, stampata a Firenze nel 1832, si distinse da quella del padre per il numero delle tavole, 46 anziché 40, e per il formato più ridotto. Nonostante le piccole dimensioni Giovanni Paolo riuscì a rendere con tratto nitido e rigorosa eleganza grafica anche i più piccoli particolari. Nel Museo dell'Opera del duomo di Pisa si conservano alcuni disegni preparatori e alcuni rami delle incisioni. Nel 1826 divenne assistente del padre, senza stipendio, per l'insegnamento di disegno dell'Accademia di belle arti di Pisa. Dal 1° genn. 1832 fu pagato con un assegno mensile di 10 scudi per lavorare presso l'Accademia di Pisa; ma nel febbraio del 1835 rinunciò all'incarico, e di conseguenza anche a succedere al padre come maestro di disegno (Renzoni, 1997, p. 147). Incise alcune stampe tratte da opere di Annibale Carracci - o a quel tempo ritenute tali - per la Reale Galleria di Firenze illustrata (Firenze 1817-33) e per il Real Museo Borbonico (Napoli 1832). Morì a Firenze l'8 sett. 1855.


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