Autori Archivio

Galestruzzi Giovanni Battista

GALESTRUZZI (Galestrucci), Giovanni Battista. (1618/ 1677 ca.), Nacque con ogni probabilità a Firenze, come si deduce dalla qualifica di fiorentino talvolta apposta accanto alla sua firma, nel secondo decennio del XVII secolo (Huber - Rost, 1800; De Angelis, 1812). Accogliendo l'ipotesi di un suo alunnato a Firenze presso F. Furini (Huber - Rost, 18o0), è plausibile supporre che in giovane età il G. avesse operato come pittore a Firenze per poi trasferirsi in data sconosciuta a Roma dove lavorò per tutto il resto della vita. Fu membro dell'Accademia di S. Luca e prese parte attivamente alla vita accademica, puntualmente registrato fra i partecipanti alle congregazioni generali e segrete dal 1654 al 1678; non è possibile tuttavia risalire al momento esatto della sua elezione, al punto che la stessa Accademia, constatata la difficoltà di rinvenire tale data, decise di stabilirla convenzionalmente il giorno 15 nov. 1654 (vol. 43, c. 188rv). Della produzione pittorica del G. si hanno notizie assai scarse. Tra le poche opere conosciute è il dipinto con S. Michele Arcangelo, datato (1655) e firmato, eseguito dal G. per la cappella omonima nella chiesa dei Ss. Iacopo e Lucia a San Miniato (Roani-Villani, 1991). Un altro dipinto, raffigurante la Comunione della Vergine per mano di s. Giovanni, attribuito in un primo tempo a Nicolas Pinson e conservato presso la cappella dell'ospedale St-Jacques ad Aix-en-Provence, è stato restituito, in seguito al restauro, alla mano del G. (Gloton-Rinville, 1990). La tela, caratterizzata da un delicato cromatismo cui si unisce un vigoroso linguaggio espressivo, è databile intorno al 1662 e faceva parte, con ogni probabilità, della serie di dipinti commissionata nel 1654 dalla Congrégation des messieurs per la propria cappella all'interno del collegio dei gesuiti di Aix-en-Provence. L'attribuzione alla mano del Pinson può trovare giustificazione nella presenza dell'artista francese a Roma intorno al 1660 e nella probabile frequentazione di ambienti artistici e culturali vicini al Galestruzzi. Di un ovato raffigurante una S. Maria Maddalena a mezza figura realizzato dal G. per l'Accademia di S. Luca non si ha più traccia: il 28 febbr. 1666 fu infatti messo in vendita insieme con altre opere, per "comprarne del ritratto di essi le stanze per esercizio degli studij" (voll. 43, c. 177v; 44, c. 32v): si tratta probabilmente dello stesso quadro del G. presente all'interno dell'Accademia in data 8 giugno 1664 (voll. 43, c. 161; 44, c. 9). Gli unici altri dipinti del G. di cui si ha notizia sono due tele di grande formato menzionate dal Titi (1763), che riferisce di averne preso visione in palazzo Salviati a Roma. Del G. assai più conosciuta è l'attività di incisore: il Bartsch (1821) annovera nel suo catalogo 333 incisioni, cui vanno integrati i numerosi fogli sciolti, opere perlopiù di traduzione (The Illustrated Bartsch, 1985, pp. 268-289, nn. 334-362). Di dubbia attribuzione è il foglio con La Pentecoste, stilisticamente lontano dalla mano dell'artista (Brulliot, 1832, p. 14) e attribuito dal Nagler (1858-72) all'ambito di Annibale Carracci. Il G. firma le proprie tavole con il nome per esteso o, talvolta, usando il proprio monogramma costituito dalle lettere "GBG" intrecciate. Al 1657 risale la prima serie di stampe incisa dal Galestruzzi. Si tratta di 267 acqueforti per il volume dell'antiquario senese Leonardo Agostini (Le gemme antiche figurate) destinato a descrivere un'ampia raccolta di cammei e gemme antiche conservate in alcune delle maggiori collezioni private romane. L'opera, corredata delle tavole incise dal G. su disegni dello stesso Agostini, fu pubblicata a Roma in due volumi: il primo nel 1657 (editore Giacomo Dragondelli), con dedica ad Alessandro VII, frontespizio, ritratto dell'autore e 214 tavole non firmate; il secondo, nel 1669 (editore Michele Ercole), con 51 tavole. I rami originali della raccolta sono conservati presso la Calcografia nazionale di Roma (Petrucci, 1953, p. 64, n. 1374). Il successo riscosso dalla raccolta è testimoniato dalla pubblicazione di nuove edizioni (1670, 1686, 1702, 1703, 1707) tra le quali due con testo in latino: la prima apparsa ad Amsterdam nel 1685 a cura dell'editore Abraham Blooteling, la seconda pubblicata a Franeker nel 1694 dall'editore Leonardo Strik. L'opera più nota del G. in veste di incisore rimane certamente la riproduzione ad acquaforte dei fregi affrescati da Polidoro da Caravaggio sulle facciate esterne di palazzo Milesi (Cesi - Lancellotti) in via della Maschera d'Oro a Roma, edita in questa città nel 1658 con il titolo Opere di Polidoro da Caravaggio. Per la riproduzione dei soggetti, stando a quanto afferma lo Hermanin (1907), il G. sembra non aver utilizzato come modello gli affreschi o i disegni preparatori di Polidoro, bensì alcuni disegni di J.P. Saenredam. Il volume è composto da 23 acqueforti di diverso formato, realizzate dal G. tra il 1656 e il 1658. In esso sono raccolte sei tavole con scene tratte dalla Storia romana, cinque con la Storia di Niobe (a formare un unicum), sei con Trofei d'armi, sei con Trofei e vasi; il foglio con Tre statue di antichi romani datato 1660 fu probabilmente aggiunto in un secondo momento. Altre due edizioni dell'opera furono pubblicate da A. van Westerhout e, successivamente, da V. Billy (Andresen, 1870, p. 541). Ai rami originali della raccolta sono state affiancate nel catologo della Calcografia nazionale di Roma (Petrucci, 1953, p. 64 n. 221) cinque lastre di soggetto storico e mitologico incise, su disegni del G., da G.F. Venturini. Affine alla serie di stampe con gli affreschi di Polidoro appare anche, per tema e scelte stilistiche, una raccolta di 18 acqueforti anonime, ma di probabile mano del G., raffiguranti Tritoni e mostri marini, al cui interno non compare alcuna data (The Illustrated Bartsch, 1982, pp. 90-97; 1985, pp. 165-168). Nel 1658 il G. realizzò cinque tavole ad acquaforte destinate a illustrare lo spartito del dramma musicale il Trionfo della Pietà ovvero La vita humana (libretto di Giulio Rospigliosi, futuro papa Clemente IX, musiche di Marco Marazzoli) rappresentato per la prima volta nel teatro di palazzo Barberini a Roma (31 genn. 1656) in onore dell'arrivo in città della regina Cristina di Svezia. Di queste incisioni, tre con Vedute di giardini riproducono fedelmente i disegni realizzati da G.F. Grimaldi per la scenografia dell'opera (Batorska, 1994, pp. 42 s. figg. 2, 5, p. 45 fig. 7), la quarta una veduta di Castel Sant'Angelo, la quinta il Proscenio del teatro di palazzo Barberini. Al 1661 risale l'acquaforte realizzata dal G. per l'antiporta dell'opuscolo redatto dall'abate Elpidio Benedetti in occasione della cerimonia funebre in onore del cardinal G.R. Mazzarino nella chiesa dei Ss. Vincenzo e Anastasia (Pompa funebre nell'esequie celebrate in Roma al cardinal Mazarini), corredato di una serie di cinque incisioni eseguite su invenzione dello stesso Benedetti. Il foglio, firmato e datato, è l'unico di mano del G. (gli altri sono da riferire a D. Barrière) e rappresenta una figurazione allegorica in onore del defunto. Il linguaggio incisorio del G., assai apprezzato per l'eleganza del tratto (Gori-Gandellini, 1771), viene tradizionalmente giudicato vicino alla maniera di S. Della Bella (Bartsch, 1821, p. 49), sebbene egli non riesca a raggiungerne appieno le qualità espressive. Più che una sorta di alunnato del G. presso il maestro fiorentino (Huber - Rost, 1800), è possibile formulare un rapporto di conoscenza tra i due artisti. Come riferisce il Baldinucci (1686), alla morte del Della Bella, nel 1664, il G. realizzò lo sfondo paesaggistico in una delle sette incisioni (denominata La Sesta Morte), di soggetto macabro realizzate dal Della Bella intorno al settimo decennio del XVII secolo. L'intervento del G. è da circoscrivere pertanto agli esemplari di secondo stato, mentre l'aggiunta della sua firma, in basso a sinistra, scompare nel terzo e ultimo stato. Stando a quanto viene sostenuto dalla Forlani Tempesti (1983), il foglio non fa parte della raccolta di cinque incisioni raffiguranti La Morte realizzata dal Della Bella negli anni parigini, ma deve essere inserito in un progetto relativo a una seconda serie che l'artista fiorentino si apprestava a replicare a Firenze poco prima di morire. Se lo Strutt (1785, p. 315) aveva ravvisato nell'opera del G. somiglianze con lo stile di S. Rosa, Huber e Rost (1800) giudicavano le sue incisioni vicine alla maniera del genovese Giovanni Andrea Podestà, con il quale il G. è probabile fosse entrato in contatto all'interno dell'Accademia di S. Luca. Tale presunta affinità stilistica aveva portato il Gori Gandellini (1808, III, p. 57) ad attribuire al Podestà il foglio con Paride che riceve la mela da Mercurio (dall'affresco di Annibale Carracci in palazzo Farnese a Roma) ascrivibile invece, con buona probabilità, alla mano del G. (Petrucci, 1953, p. 64 n. 348). Il 17 luglio 1678 il G. risulta per l'ultima volta fra i partecipanti a una congregazione dell'Accademia di S. Luca (voll. 45, c. 58; 46, c. 21). È possibile pertanto supporre che egli sia morto poco dopo questa data.
< Torna all'indice